La rinuncia al diritto di sottoscrizione in sede di aumento del capitale sociale costituisce donazione indiretta?

Autore: Valentina Castelli

07 Dicembre 2021

L’ordinanza n. 15666 del 11 giugno 2019, resa dalla seconda sezione della Corte di Cassazione tratta l’interessante tematica della natura giuridica della rinuncia al diritto di sottoscrizione in sede di aumento del capitale sociale.

Il tema affrontato dalla Suprema Corte attiene, in particolare, alla possibilità di qualificare tale rinuncia come #donazioneindiretta e, pertanto, come atto caratterizzato dall’animus donandi.

Come noto, detto animus consiste nella volontà di compiere un atto di liberalità, ossia di arricchire il beneficiario della donazione senza ricevere alcun corrispettivo.

La peculiarità consiste proprio nell’accertare quale sia l’animus che caratterizza l’atto di rinuncia al diritto di sottoscrizione in sede di aumento del capitale sociale.

Nel caso di rinuncia all’esercizio di tale diritto, invero, occorre tenere in considerazione che il socio rinunciante può benissimo perseguire un interesse non solo altrui – cioè proprio dell’altro socio che così si trova nella possibilità di sottoscrivere l’intero aumento – ma anche proprio, non ritenendo di impegnarsi ulteriormente con esborsi di capitale di rischio. Allo stesso modo, l’altro socio non persegue solo l’interesse proprio di aumentare la partecipazione societaria, ma anche un interesse altrui relativo alla capitalizzazione della società.

Il socio che esercita il diritto di sottoscrizione per la parte dell’altro, in effetti, non può dirsi che riceva un giovamento che esula dal suo apporto alla società, posto che l’aumento di capitale dovrà essere oggetto di versamento, anche a vantaggio del socio che ha ritenuto di non esercitare il diritto di sottoscrizione.

La Cassazione ha concluso affermando che ciò che rileva è che anche gli altri soci avrebbero avuto la medesima possibilità di sottoscrivere la quota rinunciata, divenendo così irrilevante che il mancato esercizio del diritto di opzione fu fatto dal socio rinunciante (padre) con l’intento che le quote fossero sottoscritte dall’altro socio (figlio). Il supposto arricchimento non è dipeso esclusivamente dalla mancata sottoscrizione del socio rinunciante, ma dalla decisione dell’altro socio di sottoscrivere anche la quota rinunciata.

In mancanza dell’animus donandi, pertanto, la rinuncia al diritto di sottoscrizione in sede di aumento del capitale sociale non può essere qualificata come donazione indiretta.

 

 

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