L’assenza non giustificata del lavoratore, ripetuta per più giorni, può essere equiparata alle dimissioni del prestatore di lavoro per fatti concludenti?

Autore: Irene Maggi

27 Luglio 2022

Il Tribunale di Udine, sez. Lavoro con la recente sentenza del 27 maggio 2022 si è pronunciato sul tema della prolungata assenza dal lavoro senza giustificazione, rapportando un tale comportamento del lavoratore alla tematica dell’interruzione del rapporto lavorativo e della qualificazione di siffatta interruzione, se per dimissioni ovvero licenziamento.

Il caso affrontato dal Giudice di merito riguarda il comportamento di una dipendente, che per giorni si assentava dal lavoro per motivi personali, senza tuttavia fornire alcuna giustificazione al datore di lavoro il quale, perdurando la situazione di assenza ingiustificata, comunicava alla lavoratrice che il rapporto doveva considerarsi risolto per facta concludentia e la invitava a formalizzare le dimissioni.

Il datore, dunque, non comminava il licenziamento disciplinare alla lavoratrice, ritenendo che il rapporto di lavoro si fosse interrotto per volontà della stessa e pertanto quest’ultima dovesse rassegnare le dimissioni attraverso l’apposita procedura introdotta nel 2015.

La lavoratrice, da parte sua, riteneva di agire giudizialmente nei confronti del datore di lavoro, invocando l’annullamento delle dimissioni e/o del provvedimento di risoluzione del rapporto, sostenendo che – a fronte del suo comportamento – il datore avrebbe dovuto procedere al licenziamento.

In altre parole, l’assenza prolungata e ingiustificata della lavoratrice avrebbe dovuto indurre il datore di lavoro ad intimare il licenziamento per giusta causa, il che avrebbe poi consentito alla lavoratrice di poter accedere all’indennità di disoccupazione (NASpI).

Il Tribunale di Udine, riportandosi a quanto già precedentemente deciso con la sentenza n. 160/2021, ha ritenuto che la volontà di interrompere il rapporto lavorativo fosse riferibile in capo alla lavoratrice, la quale inoltre aveva mantenuto una condotta (di inerzia) volta a spingere il datore al licenziamento al fine di ottenere la NASpI, con un chiaro abuso del diritto.

La mancata presentazione delle dimissioni da parte della lavoratrice, dimissioni che per la verità sarebbero già di fatto intervenute in virtù del comportamento mantenuto, non può infatti tramutarsi nella costrizione del datore di lavoro a interrompere il rapporto per mezzo del licenziamento.

Il Giudice di merito, pertanto, ha ritenuto ammissibile la configurabilità, nel caso di specie, delle dimissioni (e non del licenziamento), argomentando in favore della validità delle dimissioni stesse, in ipotesi specifiche, per quanto esse non siano state comunicate con le formalità e secondo la procedura telematica divenuta obbligatoria con l’intervento legislativo del 2015.

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